È IL TEMPO DI ESSERE AUDACI

#Ricordatidifiorire

È IL TEMPO DI ESSERE AUDACI

#Ricordatidifiorire

Ho raccolto alcune riflessioni di questi mesi, fatte, ascoltate, incrociate. Ve le propongo come appunti di viaggio che, a noi, sono serviti a disegnare il contesto da cui ripartire, sapendo che un grande cambiamento è già in atto. Ci sono persone, risorse, energie, idee. Si tratta di lasciarle fiorire.

Nel 2016 sono nate in Italia le Società benefit, una nuova qualifica giuridica con cui le imprese si impegnano a perseguire, oltre ai propri obiettivi di profitto, anche finalità di beneficio comune. Oggi sono quasi 200. Una possibilità che si affianca alla responsabilità sociale d’impresa e di territorio, alle certificazioni qualità, ambientale e etica, al family audit … strumenti manageriali che assieme a molti modelli organizzativi e approcci all’innovazione scelgono di mettere al centro della scena economica il benessere collettivo, per creare impatti positivi per l’ambiente e le persone, nella propria realtà, nel territorio in cui operano, nel pianeta. Alcuni utilizzano questi strumenti come cipria per coprire una “brutta cera”, altri fanno scelte autentiche, alcuni si certificano, altri applicano questa filosofia nella quotidianità senza bisogno di etichette (per saperne di più sulle società benefit societabenefit.net).

C’è un movimento che sta crescendo, nel profit e nel non profit. Non si tratta di scelte di categoria, è una questione di consapevolezza, che alimenta una visione ispirata e arriva da una sana lettura della realtà.

Siamo interdipendenti, prendersi cura del bene comune signfica prendersi cura di sè, contribuire ad un presente e ad un futuro migliore.

Valori e risultati viaggiano sulla stessa strada: le persone stanno progressivamente spostando le loro scelte di acquisto verso prodotti e servizi sostenibili, sempre più spesso scelgono di vivere in modi e luoghi che contribuiscono alla loro qualità di vita, gli investitori fanno sempre più attenzione agli stessi plus, le istituzioni hanno tutto l’interesse a sostenere imprese e azioni che collaborano alla valorizzazione del loro territorio.

Poi ci sono i creativi culturali.

Quel movimento di persone che già nel 2000, secondo gli studi sociologici di Ray e Anderson, contava tra il 60 e l’85% della popolazione adulta, persone che si dichiarano sensibili ai valori collegati allo sviluppo sostenibile, ad un’economia etica e ad una umanità più consapevole. Circa il 35% mostrava coerenza e impegno cercando di vivere i propri valori nella quotidianità, conquistando il titolo di “creatori attivi di una nuova cultura”. Oggi sono certamente molti di più e la pandemia ha dato una bella spintarella a chi era sul confine dell’indecisione.
Tra i tratti distintivi dei creativi culturali c’è l’idea di lavoro come possibilità di autorealizzazione e di contributo al bene comune. Qui, il confine tra sfera professionale, sociale e personale diventa molto sottile, spesso confuso. Forse è destinato a fondersi.
(Se vuoi approfondire, questo è un articolo di Timermagazine)

E ci sono i giovani.

Sentono fortissimo il tema della realizzazione interna per il momento biografico e storico che stanno vivendo. Non vedono più il lavoro solo come strumento di sopravvivenza o di affermazione sociale. Un bell’articolo sull’Huffpost spiega perché “questi” giovani sono speciali: sono molti meno di una volta, oltre al potere e alla resistenza dei senior oggi devono confrontarsi anche con il fatto di essere, per la prima volta, in minoranza, mentre portano la loro visione del mondo.
Si muovono in un contesto molto più fluido, complesso, in continua evoluzione, in cui la ricerca di identità è meno lineare e le scelte di vita personali e professionali sono destinate a cambiare spesso. Un contesto carico di contraddizioni, che da una parte spinge a “seguire i propri sogni” e dall’altra a “rispondere alle richieste del mercato”. Molti di loro stanno cercando una bussola che li aiuti a scegliere una direzione per incidere positivamente sulla propria vita e sugli altri. Greta è solo la punta di un iceberg, guardiamoci attorno.

E … Non so voi, a me capita sempre più spesso di incontrare persone – amici, amici di amici, testimonianze sui social – che hanno fatto scelte di vita “alternative”, fuori dai binari classici di progressione di carriera, miglioramento della performance, stili di vita che fanno riferimento a standard quantitativi. Che non significa ritirarsi in un eremo, vivere in povertà o smettere di accettare le sfide.

C’è un movimento collettivo in piena ricerca di senso e imparare a riconoscersi è fondamentale.

Cogliere i segnali che si fanno strada poco a poco, raccontare gli esperimenti che dimostrano la loro validità rispetto a stili di vita e di lavoro ormai anacronistici, esplorare nuove possibilità per sé e con le persone che ci stanno intorno, sostenere percorsi coraggiosi e innovativi, piccoli e grandi, è importante. Serve a ricordarci che siamo qui per fiorire! Che si può essere audaci.

Let it bloom nasce per contribuire a questa direzione e darne testimonianza, nel suo piccolo, mette a disposizione un percorso, strumenti e modalità con cui esplorare questa possibilità. Ha fiducia nella ricerca di connessione tra dimensione personale e collettiva, sostenibilità ambientale ed economica che riguarda imprese, attori sociali e istituzioni, come collaboratori che dall’interno delle organizzazioni pubbliche e private cercano di fare la differenza.

Sabrina Fantini